Diana, un anno dopo

Un anno fa, mentre ero in viaggio nella Bolivia di Morales, mi raggiungeva la notizia della morte di Diana Blefari, già in carcere con una condanna all’ergastolo per partecipazione alle ultime Brigate Rosse. Studentessa di Scienze Biologiche all’Università La Sapienza, aveva attraversato la stagione del movimento della Pantera del ’90 e le esperienze di autorganizzazione degli anni successivi. Era in quel contesto che si era consolidata un’amicizia fatta di condivisione politica e di aspetti personali. Poi, sbattuti da un posto all’altro della città tra lavori precari, vita privata ed impegno, ci si è persi di vista ed ho stentato non poco a credere a quello che è stato riportato nelle cronache giudiziarie, l’arresto, la rivendicazione della scelta e delle azioni armate, il carcere fino al suicidio. Per due riflessi, anch’essi personali e legati alla militanza: perché ero convinto, non da solo, che la deriva armata non fosse all’ordine del giorno per la nostra generazione, ritenendo a torto di aver accumulato i necessari anticorpi dalle parabole dei movimenti degli anni passati. E perché è difficile accettare che un’amica frequentata parecchio, non solo in discussioni, assemblee e iniziative, possa diventare qualcosa di tanto diverso da quel ricordo. Il ricordo, appunto. In quei giorni si accavallarono decine di flashback, spezzoni di conversazioni e di episodi difficili da collocare esattamente sul filo del tempo. Sullo sfondo c’era l’incapacità di comprendere come potesse sopraggiungere una distanza siderale di vita e di pratiche. Oggi tutto questo, elaborato dopo il brainstorming di allora, con la rinuncia a risposte esaurienti, è ridotto e incasellato in qualche immagine selezionata in cui non ci sono spiegazioni ma solo sentimento: un corteo, una cena particolare, una riunione, le aulette, la palestra, un incontro di karate, la moto, un abbraccio, una discussione esistenzialista, una accalorata e litigiosa. In particolare mi è tornata alla memoria una conversazione che già lo scorso anno si era affacciata, poco chiara nei dettagli ma scolpita come un segno nella roccia nel senso generale, nell’affetto che Diana mi esprimeva. Avvenne a seguito di un episodio a margine di una manifestazione sotto la facoltà di Giurisprudenza, non ricordo precisamente quale anno fosse, comunque nella prima metà dei ’90. C’era stata un’azione di un gruppo neofascista che ci aveva tirato addosso un po’ di oggetti dal terrazzo. Malgrado la nostra rincorsa rapida e nervosa, l’intervento della polizia assicurò loro la salvaguardia personale. Stazionavamo inquieti, in un gruppetto non molto numeroso, nell’area tra l’Economato e Scienze Politiche. L’aria era elettrica come capita solo quando si scorda la propria tranquillità e si lascia predominare la rabbia. Diana non c’era, o almeno non la vidi. Qualcuno le raccontò che ne avevo colpito uno che si allontanava con il megafono con cui urlavamo spesso per comunicare pensieri. Quando ci incontrammo mi prese da una parte e mi disse che non bastava aver ragione ma che bisognava anche saperla mantenere, la ragione appunto. Mi rimproverò, con calma ma con estrema decisione, con tanto attaccamento alle mie sorti. Mi sorprese, non era solita fare la saggia né era l’esperta anziana, per cui non abbozzai nessuna difesa e la ringraziai; solo allora sciolse la tensione in una risata.

Intanto passa il tempo e sembra non aggiungere nulla. E’ già un anno che Diana ha chiuso i conti con la vita, affidando ad una corda un finale purtroppo scontato. Solo chi l’ha conosciuta direttamente si è chiesto perché per lei dovesse valere la pena di morte. Per il resto, scorrono i giorni e i mesi e non emergono aspetti inconsueti, come se tutto fosse riconducibile ad una “normale” scelta di auto eliminazione. E’ uno dei bassi istinti in auge dopo la fine del Novecento: il torpore e la rassegnazione con cui si accetta un’esecuzione, una feroce vendetta. Perché che Diana fosse malata ed avesse bisogno di assistenza lo sapevano e lo scrivevano un po’ tutti. Aveva ricevuto invece il regime del 41 bis, il freddo delle celle d’isolamento, l’indifferenza e l’irremovibilità che l’hanno spinta a farla finita. C’era gracilità dietro lo slancio e l’energia che sprizzava dai suoi gesti e dalle sue espressioni. Dopo gli agguati fatali che aveva condiviso, partecipandovi direttamente o no fa in realtà poca differenza, non era né immediato né dovuto vederla. La nascondeva bene già negli anni universitari, figuriamoci dopo che si era indurita nella clandestinità e nel tentativo di mantenere in vita il più improbabile, avulso ed assurdo dei conflitti armati. Forse c’è stato sul serio chi non ha visto, non ha capito, non si è accorto. Ma certo era più semplice così, la società aveva la sua vendetta e dimostrava di saper essere inflessibile. E al contempo di non saper leggere, visto che le diagnosi dei medici che parlavano di incompatibilità con la detenzione sono rimaste inascoltate, fino al suicidio. La drammatica linea non si è poi fermata a lei, continua tutt’oggi nella sua traiettoria sbilenca, capolavoro di imprevedibilità. In quest’anno una cosa nuova, infatti, c’è stata. E’ la contaminazione ad un’altra vita, diversa e da tempo estranea, di un destino di reclusione, in una specie di maledizione che prevede un eccesso di pena per tutti: per Diana la morte, per Massimo, che è stato suo partner ed amico, la privazione immotivata della libertà che ancora perdura, in un processo tutto indiziario. La stessa Diana avrebbe ribadito più volte la sua innocenza negli interrogatori immediatamente precedenti al 31 ottobre del 2009, ma sembra non sia sufficiente.

Passa il tempo e nell’interrogarsi finisce in primo piano l’ultimo periodo, quello del carcere, che a caldo era automaticamente rimosso, perché portava con sé le sofferenze subite da Diana dopo quelle che aveva scelto di infliggere. Quell’istituzione totale dalla ferocia congenita ammassa e fa scomparire. Restringe in pochi metri quadri la nuda vita, esseri umani, prevalentemente immigrati, a cui almeno un po’ di spazio in più spetterebbe per diritto sacrosanto, anch’esso negato. Poi inghiotte, pochi giorni prima di Diana era toccato a Stefano Cucchi, dopo ad altre vite e poi ancora ad altre: negli ultimi 10 anni 617 persone si sono tolte la vita e 1705 sono morte nelle patrie galere. Una ripetizione pedissequa ogni anno, compreso il balletto sulle cifre, con suicidi a cui viene data un’altra spiegazione: causa malattia o cause naturali. Sono un eccesso, di nuovo. La salute dell’Italia, guardando alle celle come all’elemento richiamato da Voltaire per misurare la civiltà di un paese, è già bassissima per i malsani edifici con cortili, per i quasi 69.000 stipati dove ne entrerebbero 45.000. Non occorrono altri sadici corollari, come l’elenco degli oltre 1.700 nomi e cognomi. Più del 42% dei detenuti, poi, al 30 giugno 2010 era in attesa di giudizio, statisticamente per la metà saranno assolti. Ma sembra non importare a nessuno, d’altronde si tratta solo di una quindicina di migliaia di persone che scontano da innocenti mesi e a volte anni di pena anticipata. Completano il capolavoro l’inesistenza di misure alternative, con cui alcuni Paesi sono riusciti a ridurre sensibilmente il numero dei ristretti in prigione, insieme all’insensibilità di molti Enti locali. Sono questi ultimi che hanno la colpa di lasciar marcire i “belli come il sole”, i bambini nati da madri detenute e condannati al carcere fin da prima della nascita, per l’incapacità di pensare e realizzare altre possibilità persino su un segmento così circoscritto ed estremo per delicatezza. E sono sempre gli Enti locali che, come ha dimostrato il Sindaco di Roma Alemanno, possono spingersi fino al macabro di nominare un ispettore di polizia penitenziaria a Garante dei Detenuti. E’ avvenuto proprio in queste ore, mentre nel carcere di Foggia si uccideva Giancarlo Pergola, cinquantacinquenne condannato con la semi-infermità mentale, suicidato numero 57 e morto numero 142 dell’anno di grazia 2010.

Quando una vecchia amica mi ha chiesto di scrivere un ricordo di Diana un anno dopo ho inizialmente risposto di no, avendolo già fatto a caldo. Poi però mi sono detto che tanto in questi giorni non avrei potuto fare a meno di pensare a lei, a Massimo, al carcere, che mettere qualche riga su un foglio poteva forse servire a limitare il senso di spaesamento. Invece non è stato e non è così ed i peggiori dei quesiti di allora ancora stanno lì: un surplus di vicinanza avrebbe potuto impedire il contagio dalla malattia dell’avanguardismo senza popolo? Perché né il nostro frammento politico né gli intrecci amicali sono stati capaci di quel surplus? Il dubbio è limpido, un passo in più, una maggiore ricerca, una maggiore volontà di esserci, avrebbe forse potuto sottrarre Diana all’eco solitario di quegli ultimi colpi di pistola. Dopo no, nel gelo dell’isolamento è più difficile fare breccia e non siamo mai stati così incisivi da farlo in maniera significativa, almeno negli ultimi decenni. Parole e gesti ci hanno fatto difetto prima, l’intuizione e l’iniziativa lo stesso. Ma il senno del poi non concede un’altra possibilità.

Oltre a tali pensieri, dallo scritto di un anno fa riprendo in conclusione il “morir para vivir” degli Indios boliviani. Esso sintetizza un’idea alla base della loro religiosità, la convinzione che lo spirito umano torni alla terra solo momentaneamente e poi riprenda a vivere da qualche altra parte in una diversa esistenza. Ripetendo quell’augurio, spero davvero che Diana abbia ricominciato tutto daccapo e che la terra della sua prima vita, quella che per molti di noi è l’unica, le sia stata tenera e lieve.

Andrea Catarci