Contributo personale alla discussione su: I Municipi e Roma Capitale

Contributo per un’immediata presa di posizione pubblica di SEL e delle forze del centro sinistra romano

I Municipi e Roma Capitale

I Municipi, pur scontando sempre la diffidenza del Campidoglio, il personale e i bilanci clamorosamente insufficienti, la negata autonomia patrimoniale, si sono man mano consolidati come l’ossatura della macchina amministrativa capitolina, in primis per il rapporto diretto con la cittadinanza e la capacità di problem solving accresciuta sul campo.  In oltre dieci anni di impegno, di costruzione di identità e di comunità, di governo locale, talvolta di partecipazione e autogoverno insieme al tessuto sociale ed associativo, si sono rinvigoriti legami interni ai territori, nei quartieri e tra i quartieri. Ci si è esercitati nell’esperienza concreta, con fatica, a crescere ed a condividere tanto i problemi che le possibili soluzioni, su piccole e grandi problematiche, aggiungendo un senso di appartenenza più sostanziale all’aspetto amministrativo. Si è dimostrato nei fatti come l’utilizzo delle risorse a disposizione, sia economiche che umane, diventi più fruttuoso per la cittadinanza se definito e regolamentato a livello decentrato. Si è evidenziato tante volte ed in innumerevoli ambiti della vita cittadina, come Roma non possa essere amministrata solo dal Campidoglio ma abbia bisogno di una pluralità di luoghi di prossimità politico-amministrativi: per una questione democratica e per una questione di efficacia ed efficienza.

La Giunta Alemanno, alla faccia del decentramento che aveva sbandierato nella campagna elettorale del 2008, ha iniziato la demolizione sostanziale degli Enti territoriali, prima privandoli da tre anni di un bilancio in tempi ordinari e ragionevoli, poi con la bugia e la delegittimazione sistematica utilizzate per minarne la credibilità, ora con gli smembramenti territoriali all’insegna di uno stile irrazionale ed autoritario.

Irrazionale perché non si danno modifiche organizzative plausibili senza prima aver definito un progetto complessivo di funzionamento dell’intera macchina, in questo caso dell’apparato politico-amministrativo della città di Roma. Invece si è anticipatamente deciso di ridurre il numero degli Enti municipali, ad un massimo di 15, senza avere un quadro né delle funzioni generali di Roma Capitale né di quelle destinate ad essere decentrate. E’ l’intero che può far capire se è più opportuno avere 10, 20 o 30 Municipi, invece si è proceduto al contrario. Un po’ come se per riformare la sanità si indicasse prima il numero delle Asl e poi il funzionamento del sistema.

Autoritario perché gli Enti municipali, rappresentanze elette democraticamente, non sono stati in alcun modo parte di questa discussione. Sono stati tenuti volontariamente ai margini da una Giunta che li avverte come avversari, per l’iniziativa critica che in forma più o meno continuata gli 11 Municipi a guida centro sinistra hanno sviluppato. Sono stati ignorati persino quando si è licenziato il primo decreto su Roma Capitale e ad un mese dal secondo, in cui la partita in gioco è quella di straordinario rilievo delle funzioni del nuovo Ente, la storia sembra ripetersi.

La Giunta Alemanno mortifica i Municipi mentre parla di autonomia. Le deleghe speciali le riserva ad Ostia, scegliendo per sperimentare il terreno rassicurante della consonanza politica e quello addirittura ovvio di un’area che già dal 1992, con la Delibera che porta il nome di Pannella, ha avuto un particolare regime. Se lì la montagna partorisce un topolino, con i nuovi compiti su urbanistica, mobilità, edilizia scolastica, tutela ambientale, commercio e turismo che cambiano di poco la sostanza, per tutti gli altri c’è centralismo e delegittimazione in abbondanza. 

Ma, cosa ancor più grave, non sviluppa nessuna idea compiuta di riforma dei Municipi né di Roma Capitale, limitandosi alla propaganda e alla richiesta di fondi al governo nazionale. Si ricordi che dopo la scelta del commissariamento del bilancio per recuperare al debito storico accumulato dalla città si è andati persino vicini al default e che il documento contabile relativo al 2011, regolarmente approvato con sette mesi di ritardo a luglio scorso, è ancora in gran parte bloccato per mancanza di liquidità: sono i segni inequivocabili di un fallimento eclatante.

E’ nel quadro sommariamente sintetizzato che:

ü     va portata a conclusione la caratterizzazione dei Municipi come organi di governo locale, avviata nel 2001 e rimasta ancora incompleta malgrado qualche passaggio compiuto in questo decennio, iniziando con la previsione della personalità giuridica e dell’autonomia patrimoniale, sostanza della trasformazione in Comuni metropolitani. Proprio il primo decreto su Roma Capitale del settembre 2010 rappresenta un clamoroso passo indietro in questa direzione, in quanto con l’esclusione degli Enti municipali dal novero degli organi di governo si accredita l’ipotesi contraria, che essi siano delle propaggini periferiche del Campidoglio e basta. E’ necessario correggere immediatamente il tiro già dal secondo decreto.

ü     Va inserito tale processo in quello più ampio del passaggio da Comune ad Ente Roma Capitale, ancora limitato alla carta intestata. Il potenziamento degli strumenti finanziari e la definizione di riserve normative per la città, infatti, sono indispensabili per permettere alla comunità dei cittadini di Roma di ridurre il danno nel sostenere i pesi connessi al ruolo di Capitale (non solo e non tanto le migliaia di manifestazioni annue, quanto per le conseguenze della presenza di Ministeri e sedi centrali di Partiti e sindacati, sedi diplomatiche e di grandi organizzazioni internazionali, persino di uno Stato estero), nonché in generale per governare le crescenti problematiche e contraddizioni.

ü     Va ribadito che la riforma dell’Ente deve corrispondere il più possibile alle caratterizzazioni della Roma reale. Siamo una città che da un lato si muove attorno al centro forte rappresentato dal Campidoglio ed ai deboli poli municipali e, dall’altro, stabilisce relazioni sempre più sostanziali e inestricabili con la sua area vasta. Roma è già Città Metropolitana proiettata oltre gli attuali quartieri della cinta più esterna, guarda al di là dei suoi confini verso quelle ampie ed inusuali periferie che si chiamano Ladispoli e Guidonia e, più diffusamente, con il nome dei 121 paesotti e paesini della Provincia. E’ lì che, un po’ per scelta e molto per costrizione, vanno ad abitare ogni anno decine di migliaia di romani. Per guadagnare in qualità della vita o per assicurarsi un tetto, si rassegnano ad un pendolarismo spesso sfiancante, senza neanche  selezionare troppo la direttrice ed affidando il proprio destino più all’auto che ai mezzi di trasporto pubblico. E’ da lì che si muovono i flussi legati agli Aeroporti ed ai Porti, strutture indispensabili per rafforzare l’immagine di Roma Capitale ed altrettanto per assicurare la continuità di quel turismo cittadino che nel 2010 ha vissuto un anno da record e che nel 2011 sta ancora migliorando la sua performance, nonostante le crisi. E’ ancora lì, nella struttura minuta e snella di tante realtà comunali, che vanno individuate le possibili aggregazioni con i vicini Municipi romani, che con i loro 130.000 abitanti di media costituiscono l’obbligatoria ossatura dei futuri Comuni metropolitani. E’ lì che è necessario sviluppare tutte le sinergie possibili ed evitare le annessioni forzate, odiose pure se toccano il più piccolo dei Comuni.

La riduzione nel numero dei Municipi, per quanto sottolineato, non può avere tratti convincenti. Va dunque contrastata, anche chiedendo un altro decreto governativo equivalente al precedente, che deleghi a Roma Capitale la riflessione e la decisione sul proprio assetto, nell’ambito dello Statuto. Per l’individuazione dei nuovi confini sono previsti 6 mesi di tempo a decorrere dall’approvazione del secondo decreto, quello sulle funzioni in scadenza il mese prossimo: un tempo inadeguato e soprattutto un tempo che viene a coincidere con una specifica congiuntura politica cittadina e nazionale, in cui i centro destra hanno ben altro a cui pensare nello sforzo di sopravvivere ai loro disastri, che di sicuro non lascerà gran spazio al tema.

La questione numerica non è solo rilevante per la difesa dei percorsi identitari. E’ anche importante per preservare gli spazi di attuazione della Città Metropolitana. E’ infatti piuttosto evidente che l’ingrandimento ulteriore degli attuali Municipi può pregiudicare le contaminazioni future con i territori limitrofi e di fatto ridurre Roma Capitale negli odierni confini.

Guardando al futuro, infine, è proprio dai Municipi che si devono profilare i primi elementi concreti di una ripartenza della città nel dopo-Alemanno. Progetti di recupero, riqualificazione, di valorizzazione sostenibile dell’ambiente urbano, di sviluppo economico e occupazionale, da riprendere o da cambiare sostanzialmente di direzione di marcia rispetto alle modalità asservite e inadeguate che ha imposto Alemanno, che a mo’ di puzzle restituiscano il senso di un cambiamento reale e realizzabile in poco tempo, nei primi otto-dodici mesi di attività.

Questo però è il futuro. Nel presente si ha a che fare con piccoli amministratori, come il Sindaco Alemanno, l’ex Vice Sindaco Cutrufo e gli attuali Assessori, che giocano ad atteggiarsi a Metternich e possono fare davvero tanti danni ancora. All’altra Roma, a noi tutti, alle nostre forze politiche, ai Municipi, ai movimenti, alle espressioni migliori del terzo settore e dell’economia cittadina, il compito di limitarli e contrastarli, per aprire una nuova stagione per la città, a partire già da questo caldo ottobre.

 

Andrea Catarci, Presidente Municipio Roma XI