Polo Civico di Acilia, un’esperienza di comunità: appuntamento martedì 14 luglio a Infernetto!
Sosteniamo Spin Time: perché Roma è un’altra cosa, l’umanità è un’altra cosa!

Genova 2001: Carlo Giuliani e noi, venticinque anni dopo su HuffingtonPost.it

20/07/2026

Era venticinque anni fa, luglio 2001. Era lunedì, ci muovevamo dalla Garbatella verso la stazione Tiburtina per prendere il treno diretto a Genova. Eravamo una ventina di persone, diverse per età ed esperienze, legate a Rifondazione Comunista e al centro sociale La Strada, dalle più giovani ed entusiaste a Francesca, Remo, Davide e il resto più allenato.

Lasciavamo un quartiere e una città ancora immersi nella festa popolare per lo scudetto della Roma, così travolgente da rendere perfino difficile trovare il tempo per gli incontri preparatori. Sapevamo che pochi giorni dopo ci saremmo ritrovati dentro un clima surriscaldato per tutt’altro, in quella che si sarebbe rivelata come una delle pagine più cruente della storia repubblicana.

Fin dall’arrivo alla stazione di Brignole e nel tragitto verso lo stadio Carlini era evidente quale accoglienza ci fosse stata riservata: una città militarizzata, blindati ovunque, divise a ogni incrocio, pochissimi civili per strada. Erano i giorni dell’allestimento delle tende, delle assemblee tese e lunghe, dei laboratori per costruire protezioni individuali e collettive con gommapiuma, tappetini da campeggio, bottiglie di plastica, cartone e plexiglass.

Erano i giorni della determinazione a violare la zona rossa e a utilizzare i corpi per farlo, nelle mobilitazioni promosse dal Genoa Social Forum e dalle tante organizzazioni aderenti al “movimento dei movimenti”, che metteva radicalmente in discussione un intero modello di sviluppo.

Si parlava di democrazia, welfare, ambiente, diritti, Nord e Sud del mondo, immigrazione, città, periferie, povertà, uguaglianza, redistribuzione della ricchezza. Molte delle questioni che allora venivano liquidate come estremiste o utopistiche sono oggi al centro del dibattito pubblico mondiale: l’aumento delle disuguaglianze, il potere della finanza globale, la crisi climatica, la precarizzazione del lavoro, le migrazioni come fenomeno strutturale.

Genova aveva intuito molto.

Erano i giorni della ribellione al G8 e a un’idea di globalizzazione presentata come inevitabile. Una globalizzazione difesa con la forza cieca e brutale delegata a truppe addestrate al massacro dei manifestanti fin dal precedente di Napoli, dove un governo di colore diverso da quello di Berlusconi e Fini aveva adottato le stesse pratiche repressive e autoritarie. Una globalizzazione protetta dietro cancellate, sbarre e zone rosse che facevano di Genova una città-galera, presidiata da migliaia di uomini in armi con “licenza di pestaggio”.

Da una parte il potere che blindava gli 8 grandi del pianeta, espressione di politiche di oppressione e sfruttamento gestite da istituzioni internazionali ademocratiche come la Banca Mondiale e il WTO; dall’altra una moltitudine vivace e determinata che rivendicava il diritto a immaginare e costruire un altro mondo possibile e necessario.

Erano i giorni della sospensione della democrazia, in quella che Amnesty International avrebbe poi definito “la più grave violazione dei diritti umani dalla fine della Seconda guerra mondiale”.

Era il 20 luglio 2001. Il giorno in cui a piazza Alimonda si sono presi la vita di Carlo Giuliani, ucciso dai colpi di arma da fuoco partiti da una camionetta dei carabinieri. Un morto in uno scontro di piazza non è mai solo una vittima, diventa un simbolo di ideali e istanze e Carlo lo è diventato e lo è.

Le manifestazioni sono continuate il 21 e il 22 luglio, ancora più partecipate. Migliaia di persone hanno sentito il bisogno di raggiungere Genova mentre si consumavano la macelleria della scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto, pianificate e praticate in aggiunta alla violenza spropositata esercitata nelle strade.

Alla battaglia campale è seguita la propaganda di regime, impegnata a negare ogni responsabilità, a mettere sullo stesso piano un estintore e una pistola, a infangare la memoria di un ragazzo e di una piazza che pretendevano giustizia sociale. Sono arrivate le prove false costruite da appartenenti alle forze dell’ordine e i processi-farsa, capaci di rovesciare la realtà, fare piena ingiustizia e aprire la strada alle promozioni di molti tra i responsabili, nell’impotenza e nella collusione delle principali forze partitiche.

Negli anni successivi una parte di quella moltitudine irrequieta, uscita da Genova ferita nel corpo e nei pensieri, ha scelto di allontanarsi dall’impegno politico e dalla dimensione collettiva; un’altra ha fatto la scelta opposta, vivere quella vicenda come il battesimo di fuoco e proclamare la propria irriducibilità alla resa, per restare in campo contro i potenti cercando un diverso modo di proseguire la militanza.

Il principio del “pensare globale, agire locale” ha trovato, proprio allora, nuove forme di espressione dentro associazioni, centri sociali, esperienze di mutualismo, comitati, reti civiche, spazi culturali. Non si è rinunciato all’ambizione di cambiare il mondo. Si è scelto di tradurla nella costruzione paziente di comunità, nella cura dei luoghi, nella difesa dei beni comuni, del diritto a casa, salute, istruzione e reddito.

Dopo Genova, partecipazione, mutualismo e ricostruzione dei legami sociali sono diventati, per molti, il modo concreto di continuare quello stesso scontro, alternative concrete nei territori dopo il punto più alto della critica al modello dominante toccato a Genova.

Intanto, sono arrivate le generazioni del nuovo millennio, che hanno richiamato anche le precedenti all’impegno, ricucendo un filo che sembrava spezzato.

Hanno ripreso a intrecciare analisi, partecipazione e azione diretta, a scommettere sulla forza trasformativa dei movimenti, a ricordare che la storia non è finita e che la giustizia sociale rimane un orizzonte possibile.

Per Carlo Giuliani.

Per sempre ragazzo.

Leggi anche