Le diseguaglianze urbane si riflettono nelle città, dove emergono contrasti tra ricchezza e marginalità. In risposta alla crisi del welfare, esperienze autogestite e reti civiche stanno costruendo modelli di solidarietà dal basso.
Roma, con i suoi Poli civici, ne offre esempi emblematici e in crescita.
“Roma tra disuguaglianze e welfare innovativo: la sfida dei Poli civici”: un articolo scritto a quattro mani con Salvatore Monni
Le città come specchio e laboratorio delle disuguaglianze
Le disuguaglianze rappresentano uno degli aspetti più evidenti e drammatici dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo. Esse si manifestano in forme molteplici: tra gli Stati, dove le differenze di ricchezza e accesso alle risorse sono spesso abissali, nonché all’interno dei singoli Stati, dove il divario tra chi possiede molto e chi ha poco o nulla continua ad ampliarsi (Piketty, 2014). Le grandi aree metropolitane costituiscono in tal senso un osservatorio privilegiato, i laboratori in cui si manifestano con maggior evidenza i divari, in particolare in tema di reddito, sanità, istruzione, lavoro, trasporto pubblico: da un lato quartieri benestanti con servizi efficienti, dall’altro aree marginalizzate che soffrono di carenze infrastrutturali ed esclusione sociale; da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. Sono proprio i segmenti marginali, contraddittori e poveri, neanche a dirlo, quelli più esposti dal punto di vista ambientale a inquinamento ed eventi climatici estremi (Sassen, 2001).
Del resto, le città contemporanee svolgono oggi il ruolo che nel XIX e XX secolo era appannaggio di Stati e Imperi: sono il cuore pulsante delle dinamiche economiche, sociali e ambientali. In esse vive la maggior parte della popolazione mondiale, circa 4,5 miliardi di persone, attratta da opportunità di lavoro, reddito, casa e vita dignitosa. Ma in esse si concentrano anche le contraddizioni più gravi: lavori precari e sottopagati, redditi insufficienti, povertà di ogni genere, abitazioni inadeguate, crescenti sofferenze sociali, gentrificazione, overtourism.
La crisi del welfare e l’emergere di risposte autorganizzate
Alla crescita economica generata dall’attuale modello di sviluppo non corrisponde una redistribuzione equa della ricchezza, dei servizi e delle opportunità. Si configura così una cesura profonda che investe tanto la dimensione materiale del benessere quanto quella relazionale. Le persone collocate ai margini della società sperimentano una forma ulteriore di esclusione, tutt’altro che simbolica: la perdita di voce pubblica, di rappresentanza politica e di senso di appartenenza. Le disuguaglianze contemporanee, in sintesi, associano l’isolamento, l’erosione dei legami comunitari e la disillusione nei confronti del cambiamento alla povertà economica e alla difficoltà di accesso ai servizi essenziali.
Con la progressiva ritirata dello stato sociale le disparità si sono inasprite ulteriormente e hanno reso urgente la necessità di ripensare i luoghi della comunità e della solidarietà. In numerosi contesti territoriali, soprattutto laddove più marcate sono le conseguenze in termini di esclusione e marginalità, si sono diffuse esperienze autogestite di diversa natura promosse da soggetti civici e attori extra-istituzionali, quali associazioni, comitati, cooperative, movimenti, reti informali. Il riferimento storico più significativo di questo modello è rappresentato dalle Case del Popolo, sorte agli inizi del Novecento come centri di aggregazione e socializzazione del movimento operaio (Cori, Linguiti, Monni, 2024). Un’esperienza che, sebbene in forme differenti, ha conosciuto una certa riattualizzazione in tempi più recenti. Basti pensare alla diffusione dei centri sociali nei quartieri popolari delle grandi città italiane a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, all’espansione del volontariato e del terzo settore dagli anni Novanta, nonché al ruolo costante svolto da parrocchie e comunità religiose, talvolta ultimi presìdi contro la desertificazione e l’isolamento. Operando in condizioni di informalità e a volte varcando la soglia della legalità, all’interno di spazi recuperati come ex scuole, fabbriche, uffici, caserme, cinema o ospedali dismessi, hanno rigenerato il tessuto urbano, prodotto valore per i destinatari diretti e per l’intera comunità, promosso aggregazione, fiducia, partecipazione, sport, cultura e pratiche collettive al di fuori di ambiti familiari e lavorativi.
In certi momenti queste esperienze sono state oggetto di stigmatizzazione, etichettate come “ghetti-rifugio” per soggetti considerati marginali, migranti, sottoproletariato urbano, donne, giovani disoccupati, come se l’operare sul confine tra insider e outsider costituisse un demerito piuttosto che un merito. In altri frangenti, invece, se ne è riconosciuto il valore come risposte concrete e strutturate alla crisi del welfare tradizionale e si sono affermate, in assenza di interventi pubblici adeguati, come modelli dal basso o ibridi (tra pubblico, privato e cittadinanza attiva) portatori di soluzioni flessibili, contestualizzate e immediatamente operative.
Dopo un periodo in cui l’impegno e la cittadinanza attiva avevano subito una flessione, durante la pandemia le realtà civiche e solidali hanno trovato la forza di reinventarsi in logica di rete e di escogitare inediti meccanismi di coordinamento e azione tra realtà piccole, medie e grandi, fino a diventare l’unico soggetto in campo a fronteggiare l’azzeramento di relazioni e socialità, svariando dalla distribuzione alimentare alla sensibilizzazione sui comportamenti fino a iniziative per tenere in piedi i capisaldi del vivere in comune. Da esse sono maturati nuovi profili di responsabilità sociale e partecipazione civica che hanno generato consenso, attivato le amministrazioni locali e inaugurato una stagione di politiche orientate alla riformulazione del welfare intorno al “paradigma della cura” (Turco, 2020).
Torino, Milano, Napoli, Bologna: quattro città, molte risposte
Negli anni successivi in varie città si sono sviluppate reti di diversa tipologia che però hanno raccolto l’eredità di quelle sorte in reazione all’emergenza sanitaria che, pur radicate in specifici contesti, hanno assunto rilevanza oltre i confini locali, nonostante l’assenza di un quadro normativo favorevole e il limitato sostegno da parte del governo centrale.
A Torino si è consolidato il modello delle case di quartiere, avviate nel 2012 a partire dalle pratiche autogestite preesistenti e successivamente evolutosi in una forma organizzativa più strutturata, grazie al coinvolgimento sinergico di cittadinanza, associazioni, organizzazioni del terzo settore, Città di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo e altri enti filantropici (D’Alessandro, Rizza, 2015; Benini, 2025). Esse fungono da presidi civici multifunzionali, offrono una vasta gamma di servizi e includono attività culturali, iniziative di welfare, percorsi formativi, orientamento al lavoro, supporto alle fasce sociali più fragili e promozione della partecipazione artistica e sportiva. Sono distribuite capillarmente nelle 8 circoscrizioni della città e il loro impatto sul tessuto urbano è rilevante: contribuiscono a rafforzare il senso di comunità, attivano opportunità occupazionali e promuovono il riuso e la valorizzazione del patrimonio pubblico (Benini, 2025).
A Milano si è sviluppata una rete articolata di spazi ibridi e di mutualismo, orientata all’inclusione, alla solidarietà e alla promozione culturale. Attivati su spinta delle realtà di base, con il sostegno di fondazioni e amministrazione comunale, si configurano come imprese sociali per l’inserimento lavorativo di persone con svantaggio e, contemporaneamente, come laboratori di welfare di prossimità, in cui particolare attenzione riveste la dimensione dell’accoglienza e dell’aggregazione. Tra le più significative e compiute si segnalano Rob de matt e Olinda, quest’ultimo emblematicamente collocato nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Accanto a tale novità, a indicare l’effervescenza che caratterizza il capoluogo lombardo vi è una diffusa presenza di spazi di welfare territoriale: case di quartiere, centri sociali storici come il Leoncavallo, laboratori di quartiere, case delle associazioni.
A Napoli la Rete dei Beni comuni e degli Usi civici ha dato vita a un processo di riappropriazione e riattivazione di patrimonio pubblico inutilizzato, secondo i principi della governance partecipativa. Collettivi, associazioni e cittadinanza promuovono modelli di gestione inclusiva, fondati sull’accessibilità universale e sull’autogoverno dei Beni comuni. Esempi emblematici sono rappresentati dall’Ex OPG Je so’ pazzo, dall’Ex Asilo Filangieri e dallo Scugnizzo Liberato, che si configurano come presìdi socioculturali e di mutualismo in quartieri caratterizzati da elevata vulnerabilità socioeconomica (Micciarelli, 2018). L’impulso al cambio di passo è stato raccolto dal Comune di Napoli che ha introdotto il dispositivo dell’uso civico, trasferendo nella normativa le pratiche dal basso per sostenerne gli sforzi.
A Bologna il modello dell’amministrazione condivisa fin dal 2014 ha dato ulteriore vitalità a pratiche già esistenti di collaborazione tra cittadinanza attiva e istituzioni, attraverso lo strumento dei patti di collaborazione. A 10 anni dal regolamento in materia si è rilanciato, puntando su un uso integrato di patti, co-programmazione, co-progettazione, utilizzo e valorizzazione, pensati sinergicamente per intensificarne l’efficacia.
Pur nella diversità di assetti giuridici, condizioni politiche e forme di interazione queste reti condividono un tratto essenziale: la capacità di generare valore d’uso e capitale sociale (Warr, Tacticos, Kelaher, 2007) tramite pratiche radicate nella prossimità, per ricostruire senso di appartenenza, rafforzare legami comunitari, contrastare frammentazione, isolamento e sfiducia. Inoltre, esse agiscono da incubatori di competenze, creatività e produzione immateriale, sperimentando modelli alternativi di lavoro, economie solidali, pratiche ecologiste e femministe, scavalcando in vari aspetti le logiche dominanti del mercato e della governance tradizionale.
Roma e le sue disuguaglianze: il ruolo emergente dei Poli civici di mutualismo solidale
A Roma l’attivismo post-pandemia ha portato alla nascita e al consolidamento dei Poli civici di mutualismo solidale, espressione di cittadinanza attiva e risposta collettiva alle disuguaglianze economiche, sociali e abitative (LabSU DICEA e Fairwatch,2022; Romasette, 2023; Cellamare, 2024; Troisi 2025).
In un contesto urbano caratterizzato da marcati squilibri, con quartieri centrali come Parioli e Quirinale che superano i 70.000 euro di reddito medio annuo e godono di una dotazione infrastrutturale elevata, in netto contrasto con aree periferiche che spesso non raggiungono i 20.000 euro e presentano servizi carenti come Tor Cervara, Tor Bella Monaca, Borghesiana e Acilia (Lelo, Monni, Tomassi, 2019; 2021), i Poli civici vanno oltre la funzione di centri di assistenza: si propongono come infrastrutture sociali di prossimità dove si aspira a sperimentare modelli di welfare comunitario, a ricostruire legami e alimentare la fiducia nel futuro.
Il Polo civico Esquilino e il Polo civico Quarticciolo sono stati gli apripista, due casi differenti per contesto, origine e traiettoria evolutiva accomunati dalla capacità di fare inclusione, mutualismo e cittadinanza attiva.
Il Polo civico Esquilino, attivo nel rione più multietnico della Capitale, si è strutturato come un ecosistema integrato, costituito da oltre 30 tra realtà associative, collettivi, cooperative sociali, reti di mutuo soccorso e gruppi di supporto legale e abitativo. Al suo interno si distingue Spin Time Labs, centro socio-abitativo e culturale autogestito sorto in un edificio occupato in cui vivono 150 famiglie che, a sua volta, riunisce attivisti, educatori, mediatori culturali, studenti e artisti, promuovendo un modello di cittadinanza inclusiva e interculturale (Cacciotti, 2024). L’apertura e le numerose collaborazioni con scuole, università, start up, parrocchie, associazioni e comitati hanno rafforzato il senso di appartenenza e contribuito alla rigenerazione di una zona che, seppur centrale, viene frequentemente marchiata come area degradata. Il Polo civico Esquilino si configura come una piattaforma avanzata di innovazione, riconosciuta per la capacità di intrecciare accoglienza, produzione culturale, supporto educativo, percorsi formativi e economia sociale. Il sostegno istituzionale da parte del Municipio Roma I, che ha messo a disposizione una sede, ha prodotto un importante effetto moltiplicatore per quanto riguarda iniziative e protagonismo.
Il Polo civico del Quarticciolo, sorto in una delle periferie storicamente più complesse della Capitale, rappresenta un esempio virtuoso di rigenerazione urbana attraverso la leva culturale, sportiva e sociale (Pontiero, 2024). La Palestra Popolare Quarticciolo è tra i principali attori, offrendo attività di sport e benessere (boxe, danza, yoga) accessibili a prezzi calmierati e all’occorrenza in forma gratuita, integrandole con percorsi di orientamento, formazione, mutualismo sanitario ed empowerment. Frequentata da persone di ogni età, si configura come un presidio di cura e socialità, sostenuto da un’ampia rete di soggetti locali, comitati, associazioni e dall’occupazione abitativa dell’ex questura. L’interazione ha dato vita, in risposta ad alcuni dei più gravi bisogni inevasi, a doposcuola, ambulatorio popolare e microimprese impegnate in ambito artigianale, di ristorazione, catering e birrificio, con l’obiettivo di contrastare marginalità, criminalità e propensione all’abbandono del quartiere. Anche al Quarticciolo, insomma, il Polo civico non è contenitore ma soggetto che attiva processi trasformativi.
In ambedue i casi ci troviamo di fronte a esperienze autogestite che hanno preso forma senza aiuti esterni, rigettando la logica dell’assistenzialismo e puntando su un welfare dal basso caratterizzato dalla ‘cessione di sovranità’ alle comunità locali. Esse mostrano come, anche in contesti molto diversi, uno centrale e multietnico e l’altro periferico e popolare, sia possibile costruire infrastrutture del possibile in cui le disuguaglianze vengono contrastate con relazioni, diritti, cultura e solidarietà.
Altri Poli civici sono nati guardando ai modelli Esquilino e Quarticciolo e si stanno irrobustendo con il sostegno di Roma Capitale e dei municipi di riferimento. Dal 2022 hanno preso il via e strutturato nuclei di attività in 7 quartieri: Casale Caletto nel Municipio Roma V, Torre Maura nel VI, Quadraro/Don Bosco nel VII, San Paolo/Garbatella in VIII, Laurentino Fonte Ostiense nel IX, Casaletto/Pisana nel XII, Giustiniana/Bastogi a cavallo tra il XIII e il XV. Nel 2025 ne sono previsti 3 nei Municipi III, IV e X nella forma intermedia di reti e comunità territoriali, all’interno del programma Roma Unisce 2025 dell’Ufficio “Giubileo delle Persone e Partecipazione” di Roma Capitale, in cui sono comprese varie azioni di animazione e valorizzazione territoriale. Pur nella varietà delle configurazioni e delle priorità, legate al contesto e alle caratteristiche delle realtà di base presenti, tutti presentano: banchi alimentari, sportelli per l’abitare e la salute, educazione alimentare, laboratori partecipativi, orientamento a formazione e lavoro, supporto alla progettazione, con attività svolte in sedi che sono già nelle disponibilità di associazioni e comitati come in piazze e strade, per creare senso di appartenenza e di comunità. Il lavoro in rete ha permesso l’adozione di modulistiche e strumenti condivisi per la presa in carico e il reinvio ai servizi istituzionali più vicini, migliorando l’accessibilità e i linguaggi. La disponibilità di una parte dei beneficiari ad assumere a loro volta un ruolo attivo ha consentito di allungare la lista di famiglie e persone da contattare, di accrescere il numero degli empori solidali e di migliorare il coordinamento dei centri di distribuzione dei beni di prima necessità.
Un importante riconoscimento istituzionale è giunto con l’approvazione, a fine 2024, del regolamento dei Poli civici integrati di mutualismo solidale da parte dell’Assemblea Capitolina, per volontà della maggioranza guidata dal Sindaco Gualtieri. Il provvedimento li ha formalmente individuati come istituti di partecipazione e ha previsto, tra l’altro, un coordinamento stabile e la possibilità di iscrizione in una specifica sezione dell’Albo della Cittadinanza attiva. Malgrado la rilevanza delle misure introdotte la loro storia è ancora tutta da scrivere. Alla complicata ricerca di empatia, linguaggi e contenuti in grado di contrastare la frammentazione, la diffidenza e la disperazione si aggiungono problematiche legate a debolezze strutturali, difficoltà a reperire finanziamenti continuativi, prevalenza di micro-realtà fragili. Nonostante ciò, i Poli civici si vanno affermando come soggettività dinamiche in cui il ruolo trainante continua a essere svolto dagli attori non istituzionali che li animano, in una tensione costruttiva tra conflitto e cooperazione, tra rivendicazione e corresponsabilità, tra partecipazione e innovazione.
Alcune sfide future
Di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze e alla progressiva ritirata dello stato sociale le città divengono luoghi privilegiati di sperimentazione di modelli alternativi di welfare. I Poli civici di mutualismo solidale, nel contesto romano, rappresentano una risposta ai bisogni emergenti radicata nella prossimità e basata sulla ricostruzione di un sistema di relazioni significative e rassicuranti. Pur agendo in condizioni di fragilità strutturale mostrano la capacità di generare capitale sociale, attivare risorse latenti e promuovere processi di partecipazione e cittadinanza attiva.
Il riconoscimento delle istituzioni avvenuto attraverso l’approvazione da parte dell’Assemblea Capitolina di un regolamento cittadino, un albo e un coordinamento non rappresentano un punto di arrivo bensì l’apertura di una nuova fase in cui la cooperazione tra amministrazione e soggetti civici potrà contribuire a indicare la strada verso un diverso welfare con al centro diritti, partecipazione e giustizia sociale. In questo senso le pratiche dal basso colmano vuoti e sono motore di innovazione democratica, ridefinendo il rapporto tra cittadinanza, istituzioni e territori.
La tenuta, l’espansione e l’urto di tale infrastruttura sociale dipenderanno prevalentemente dalla capacità di consolidare gli interventi, espandere il raggio d’azione, raffinare strategie e coordinamento. In quest’ultima direzione occorre saper dialogare fattivamente con le comunità locali in costante mutazione e con altre progettualità avviate dall’amministrazione capitolina su terreni limitrofi, come: i 6 laboratori di quartiere di Corviale, Tor Bella Monaca, Santa Maria della Pietà, Centocelle-Mistica, Quarticciolo e Bastogi promossi dall’Assessorato all’Urbanistica e alla città dei 15 minuti; le 114 “Scuole aperte” al territorio realizzate in vari quartieri dall’Assessorato alla Scuola; i 9 nuovi Poli civici culturali polivalenti, che fin dal nome riportano a una dimensione affine, con cui l’Assessorato alla Cultura sta arricchendo gli snodi del Sistema Biblioteche.
Infine, per consolidare i Poli civici di mutualismo solidale, sarà essenziale che le istituzioni comunali e municipali individuino modalità continuative di collaborazione, pensiero, sostegno e messa a disposizione di risorse, senza tuttavia compromettere i principi di autonomia organizzativa e radicamento territoriale, che rappresentano conditio sine qua non per liberare appieno la forza generativa delle comunità locali.






