In queste settimane il tema delle occupazioni è tornato al centro del dibattito, spesso ridotto a una questione di ordine pubblico. Dopo gli sgomberi del Leoncavallo a Milano e di Askatasuna a Torino una parte della stampa ha iniziato a concentrare l’attenzione su Spin Time Labs, trasformando un’esperienza innovativa in un bersaglio politico. Nel mirino è finita anche una delle figure che più ne hanno raccontato il senso: don Mattia Ferrari. Ma prima di discutere di sgomberi e legalità vale la pena fermarsi su una domanda semplice e scomoda: che cos’è davvero Spin Time e perché esiste?
Ne ho scritto su HuffPost Italia.
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Spin Time è soprattutto un’esperienza di rigenerazione urbana e sociale nata nel 2013 nel cuore di Roma, in via Santa Croce in Gerusalemme, Rione Esquilino, all’interno di un edificio di proprietà pubblica rimasto per anni inutilizzato e successivamente venduto a un fondo privato. In quel luogo, divenuto simbolo dei vuoti prodotti dall’incapacità delle istituzioni di rispondere all’emergenza abitativa e alle necessità di servizi locali e relazioni umane, hanno trovato casa oltre quattrocento persone provenienti da decine di Paesi diversi: famiglie con bambini, rifugiati, persone escluse dal mercato immobiliare tradizionale e con fragilità legate al reddito e al lavoro.
La sua importanza va letta innanzitutto nella risposta concreta a un bisogno reale: il diritto all’abitare. Spin Time ha sottratto centinaia di persone alla marginalità estrema, costruendo un contesto di convivenza multiculturale basato su regole condivise, autogestione e responsabilità collettiva, in cui la cittadinanza e le associazioni territoriali sono entrate mescolandosi con gli occupanti. E ha ripensato la questione abitativa in forme inedite, permettendo anche a chi sta ai margini di vivere al centro nonostante la scarsità di case popolari, sempre poche rispetto ai bisogni.
Accanto alla funzione abitativa, Spin Time ha sviluppato una forte vocazione sociale e culturale, diventando un luogo attraversato da pratiche di mutualismo, produzione culturale e partecipazione civica. Al suo interno sono nati sportelli legali e sanitari, azioni di sostegno alimentare, gruppi di acquisto solidale, doposcuola, corsi di lingue, coworking, falegnameria, serigrafia, studio di registrazione, biblioteca, attività artistiche, teatrali e musicali, spettacoli, libri e film dedicati, socialità, frequenti momenti di confronto pubblico. Questo patrimonio non si è costruito in modo isolato. Spin Time è parte integrante della rete di associazioni del Polo Civico Esquilino e si è radicato profondamente nel quartiere, intrecciando il proprio percorso con quello delle numerose realtà sociali, culturali e solidali che lo animano.
In questo contesto si inserisce l’esperienza di Scomodo, giornale e voce politico-culturale di studenti e studentesse dei licei e delle università romane che ha trovato a Spin Time un luogo di elaborazione, incontro e produzione collettiva. La presenza testimonia come il palazzo sia diventato un punto di riferimento per l’attivismo delle nuove generazioni, capace di offrire ospitalità a espressione critica, formazione e partecipazione, spesso assente nei circuiti istituzionali tradizionali. In un quartiere storicamente multiculturale e attraversato da profonde trasformazioni, ha contribuito così a rafforzare i legami esistenti e a produrne di nuovi, sviluppando competenze e relazioni, lasciandosi a sua volta attraversare dalle energie del territorio. Tale radicamento ha permesso di superare la logica dell’occupazione come spazio chiuso, separato e arroccato, generando un presidio di comunità aperto, riconosciuto e intrecciato al quartiere e alla vita quotidiana.
Non meno rilevante è l’impatto sulla rigenerazione sociale ed economica. Spin Time ha attivato microeconomie, forme di lavoro informale ma organizzato, servizi mutualistici e occasioni di formazione, dimostrando come l’uso sociale di uno spazio possa produrre valore collettivo anche al di fuori delle logiche speculative. In questo senso, l’esperienza mette in discussione la convinzione secondo cui l’unica forma legittima di riqualificazione urbana sia quella guidata da mercato e rendita.
In questo quadro si inserisce anche il ruolo della Chiesa e di figure come don Mattia Ferrari. La sua presenza a Spin Time non rappresenta un’eccezione ideologica né una forzatura politica ma una declinazione concreta della missione ecclesiale nei luoghi della marginalità. Una Chiesa che non si limita all’assistenza caritativa sceglie di abitare le contraddizioni del presente, riconoscendo nella casa, nella dignità e nelle relazioni una dimensione essenziale dell’annuncio evangelico, come riaffermato nella primavera 2019 il Cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere di Papa Francesco, con un gesto forte, ripristinando personalmente la corrente elettrica nel palazzo.
L’impegno di don Mattia Ferrari è la testimonianza di una Chiesa che si fa prossima, che accompagna senza sostituirsi, che dà voce a chi non ne ha. Una presenza che può risultare scomoda perché ricorda che non si può essere neutri di fronte alle disuguaglianze e che la questione abitativa non è un problema urbanistico o legale ma una questione profondamente umana e morale. In questo contesto, colpisce anche il carattere personale degli attacchi rivolti a don Mattia, più volte minacciato negli ultimi anni per il suo impegno di denuncia lungo le rotte migratorie del Mediterraneo e per la sua vicinanza alle persone vulnerabili. Al di là delle posizioni sul tema delle occupazioni, aggredire su un piano personal-politico una figura che ha scelto di esporsi in difesa della dignità umana non contribuisce davvero a un confronto serio e responsabile.
Il valore di Spin Time, del resto, ha travalicato da tempo i confini cittadini e nazionali. Proprio quest’anno a via Santa Croce in Gerusalemme è stato ospitato il quinto Incontro mondiale dei Movimenti Popolari con pellegrinaggio e udienza di papa Leone XIV, una settimana di confronti e discussioni che ha riunito realtà sociali impegnate sui temi della terra, della casa, del lavoro e della dignità, con delegazioni provenienti da 170 Paesi. È stata una scelta tutt’altro che casuale, che ha riconosciuto Spin Time come l’ambiente ideale in cui si intrecciano pratiche concrete di solidarietà e una visione ampia di giustizia sociale capace di parlare e interagire con ogni latitudine.
L’attacco mediatico a Spin Time tende così a eludere il nodo centrale della questione: che non è la legittimità formale dell’occupazione quanto l’assenza di politiche pubbliche che producono uno “stato di necessità” da cui tali esperienze sbocciano. Colpire Spin Time significa accanirsi su quello che il quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire ha recentemente definito un “germoglio di speranza” per evitare di interrogarsi sulle responsabilità istituzionali lunghe e sulla crescente esclusione abitativa in Italia e in particolare a Roma. Sia le politiche cittadine che quelle dei livelli sovraordinati, al contrario, dovrebbero innaffiare i “germogli di speranza”. Ne è consapevole la giunta Gualtieri, che ha approvato e avviato quel Piano strategico per l’abitare che tra le varie misure prevede l’acquisto e la rigenerazione pubblica di Spin Time e che ha l’ambizione di attuare un balzo in avanti nelle politiche abitative. La “svolta militare” metterebbe una pietra tombale su tale strategia, accentrando la gestione di scelte che dovrebbero essere rimesse a sindaci, giunte e consigli poiché toccano la carne viva delle loro comunità. Diventa urgente la piena e rapida approvazione del Piano, per sottrarre alla mannaia della contesa politica e ideologica un patrimonio della città, un laboratorio di vita nuova che contribuisce alla coesione e a immaginare modelli alternativi di welfare e gestione del Bene comune.






