Un detenuto di 40 anni si è impiccato alla porta della propria cella, a Rebibbia.
Aveva delle fragilità psichiche ma nonostante questo era dietro le sbarre, senza le indispensabili e dovute misure di cura e assistenza.
Di fronte a questo che è il 29esimo suicidio dall’inizio dell’anno in Italia – nel 2024 ce ne sono stati 94 – a Rebibbia è iniziata una protesta, in particolare concentrata nei locali dell’infermieria: le rivendicazioni sono sacrosante e vanno ascoltate, subito, perche nelle prigioni in cui ci si ostina a rinchiudere più persone possibili, aumentando reati e pene e negando tutela della salute, contatti con l’esterno e pene alternative, si consuma una barbarie quotidiana degna del peggior medioevo.
Servono provvedimenti immediati per contrastare il sovraffollamento e in generale la tendenza a delineare una ‘società della repressione’ che arriva fino a criminalizzare uno spinello, un rave delle nuove generazioni, un migrante a cui viene appiccicata l’etichetta di clandestino e che per barriere linguistiche e culturali spesso vede limitata anche la possibilità di difesa: un’amnistia ampia per tutti i reati minori, percorsi esterni e pene alternative per le persone recluse che non rappresentano un pericolo, rafforzamento degli interventi finalizzati al reinserimento sociale e lavorativo che dà forma concreta al ritorno alla luce e riduce – e spesso annulla – il rischio di recidiva, eliminazione delle leggi crea-detenuti come il dl sicurezza, il decreto Caivano, il decreto rave, la legge Fini-Giovanardi sulle dipendenze e la Bossi-Fini sulle migrazioni.
È Pasqua, siamo in mezzo all’anno del Giubileo, con la Porta santa voluta da Papa Francesco e aperta proprio a Rebibbia. Non è resurrezione e rinascita per tutti e il pensiero corre a Rebibbia, Regina Coeli e Casal del Marmo, pezzi della nostra città pregni di sofferenza e di vite in cerca di una seconda opportunità che dobbiamo far entrare davvero tra le priorità dell’agenda politica, in nome dei diritti e dell’umanità.
20/08/2026






